Cosa significa per un’azienda intraprendere un percorso di reindustrializzazione aziendale? Quali sono le conseguenze per i suoi dipendenti e tutti gli stakeholders (privati o pubblici) coinvolti in questa complessa operazione? Quali sono i passaggi che devono essere affrontati? Ma soprattutto perché conviene ad un’azienda intraprendere questo tipo di cammino?

Per poter avere una risposta esaustiva e competente a queste domande è bene rivolgersi a chi, di questi argomenti, tratta tutti i giorni da oltre una dozzina di anni. Abbiamo chiesto quindi ad Alberto Sportoletti, CEO e Partner di Sernet SpA e responsabile della Business Unit ‘Reindustrializzazione & Turn Around’, di chiarire alcuni concetti legati a questo complesso tema.

Diamo prima di tutto una definizione di reindustrializzazione aziendale.

Si tratta di affrontare la ristrutturazione o la chiusura di un impianto produttivo con un metodo e delle azioni mirate a massimizzare la continuità occupazionale dei lavoratori e la continuità operativa del sito produttivo attraverso l’ingresso di una o più aziende subentranti.

Perché un’azienda dovrebbe rivolgersi ad un consulente per reindustrializzare? Che ruolo ha l’Advisor?

Un’azienda che si ritrova a dover chiudere un impianto produttivo o un ufficio deve far fronte a delle attività che non sono tra le sue competenze chiave e deve necessariamente essere assistito da consulenti di varia natura. A questo punto l’azienda deve decidere se seguire un approccio tradizionale (‘paga e chiudi’) o un approccio socialmente responsabile atto a minimizzare l’impatto sociale ed economico su tutti gli stakeholders, in primis i lavoratori e il tessuto di imprese, di competenze e anche immobiliare del territorio: in questo caso interveniamo noi, con un metodo che ha funzionato con risultati molto positivi anche nei momenti più bui della crisi degli ultimi 12 anni.

In passato si usava ‘semplicemente’ trovare accordi con le parti sociali pagando buone uscite ai dipendenti, utilizzando ammortizzatori come la Cassa Integrazione (ora non più utilizzabile in caso di cessazione se non in presenza appunto di seri programmi di reindustrializzazione e politiche attive) e la NASPI oppure percorsi di prepensionamento. Oggi questo approccio non è più sufficiente, a conti fatti spesso è anti-economico per tutti e non viene più accettato dalla Pubblica Amministrazione locale e dal governo centrale, oltre che dai sindacati. In Sernet crediamo inoltre che il lavoro abbia un valore molto più grande di un semplice (seppur consistente) risarcimento economico. Accanto agli strumenti tradizionali è dunque necessario lavorare a soluzioni finalizzate a ripristinare i posti di lavoro.

Come?

Si elabora un piano di mitigazione sociale che viene implementato attraverso due principali strumenti, corredati da un sistema di incentivi pubblici e privati: il primo è appunto la reindustrializzazione del sito dove una nuova azienda subentra con un progetto solido e sostenibile assorbendo il maggior numero possibile di dipendenti della precedente realtà; l’altro è il ricollocamento attivo sul territorio dove aziende già presenti nella zona di riferimento assumono a condizioni incentivate parte dei lavoratori tramite il lavoro di ricerca capillare di offerte di lavoro coerenti con i profili coinvolti condotto dall’Advisor in collaborazione con gli altri stakeholder locali (enti pubblici, associazioni di imprese, agenzie per il lavoro e anche le stesse organizzazioni sindacali).

Perché un’azienda dovrebbe scegliere di aderire ad un piano di reindustrializzazione anziché chiudere e basta?

Per molteplici ragioni. Un’azienda oggi può davvero trarre vantaggio da questo tipo di percorso, non solo per sé stessa ma anche per tutti gli altri soggetti che in qualche modo vengono coinvolti da questa decisione grazie all’approccio socialmente responsabile che, come detto poco fa, per noi di Sernet è una prerogativa.

Analizziamole una a una, dal punto di vista dell’azienda che si ristruttura.

Prima di tutto la reindustrializzazione aziendale è una questione etica, riguarda i valori di fondo di un’azienda. Scegliere di lavorare per individuare una o più aziende disposte a rilevare la propria attività garantendo così un futuro lavorativo (nel medesimo sito o in altre realtà aziendali) ai propri collaboratori è un atto di responsabilità, purtroppo non così diffuso, che ha un impatto positivo anche sui lavoratori che restano o che verranno.

Vi sono poi ovviamente motivi economici. Aderire ad un piano di reindustrializzazione è un approccio che riduce i conflitti con le parti sociali, come i sindacati per esempio. Questo vuol dire meno cause legali e contenziosi con i lavoratori che comporterebbero ulteriori costi di gestione. Con la reindustrializzazione si valorizzano gli asset produttivi: seppur a condizioni incentivanti e scontate, in molti casi l’immobile e i macchinari vengono venduti. Questi asset diventano elementi che possono attirare molto più velocemente potenziali subentranti grazie anche agli incentivi messi a disposizione in progetti di questo tipo. La Pubblica Amministrazione, sempre più a corto di risorse per le politiche passive e gli ammortizzatori sociali, è e sarà sempre più propensa a favorire chi segue questi percorsi o quantomeno a non penalizzarlo (ad esempio chiedendo la restituzione di eventuali finanziamenti già erogati o bloccandone i futuri, come già accaduto).

Il tempo risparmiato è un altro elemento da non trascurare. Attraverso i piani sociali contenenti programmi di reindustrializzazione e ricollocamento attivo del personale, si pone un elemento facilitante la negoziazione addivenendo molto più velocemente a siglare gli accordi sindacali e di conseguenza riducendo i tempi di implementazione dei progetti di efficientamento. Ciò significa che l’azienda potrà rilanciarsi con maggior tempismo, bloccando prima l’emorragia delle perdite economiche e finanziare.

Non possiamo poi trascurare i vantaggi in termini di reputazione e immagine, sempre più importanti per il proprio posizionamento sul mercato. Se un’azienda dimostra di non avere un atteggiamento puramente speculativo aderendo ad un piano di reindustrializzazione e continuità occupazionale, l’impatto negativo sul proprio brand diminuirà. Un discorso che vale tanto per la media impresa, dove si ha un legame più forte con il territorio e le istituzioni locali, quanto per i grandi nomi dell’industria che hanno un impatto sul grande pubblico e il cui comportamento, se giudicato scorretto, espone a gravi conseguenze reputazionali sul mercato.

Le relazioni con la Pubblica Amministrazione (i Ministeri e le Regioni), come accennato prima, fanno altrettanto parte di questo punto: instaurare e mantenere buoni rapporti con questi enti permette all’azienda di portare avanti il progetto di reindustrializzazione in serenità e con la collaborazione di tutti, oltre che avere buone possibilità di godere dell’appoggio per future iniziative o attività. Stesso discorso vale anche per le relazioni con i sindacati, soprattutto se l’azienda presenta più filiali dislocate sul territorio italiano e non, dove il dialogo tra i lavoratori delle diverse sedi è continuo e influenza l’operatività.

È facile comprendere quindi che si tratta di un approccio non certamente facile da realizzare ma sicuramente ‘win-win’, dove tutti i soggetti coinvolti possono trarne vantaggi.

Esiste in Italia una regolamentazione normativa della reindustrializzazione aziendale?

Dal punto di vista legislativo oggi non esiste ancora nulla che imponga alle aziende di seguire questo percorso, al contrario di altri paesi, come per esempio la Francia, dove è obbligatorio per le imprese sopra una certa dimensione.

Tuttavia stiamo muovendo anche noi i primi passi in questa direzione.

Per esempio oggi la cassa integrazione per cessazione, precedentemente abolita tout-court dal Jobs Act con l’obiettivo di arginarne l’utilizzo smisurato, grazie al Decreto n. 32 del 26 novembre 2018, detta anche ‘Misura Bekaert’ (dal nome del progetto, che stiamo seguendo come Advisor, di reindustrializzazione del sito Bekaert di Figline Valdarno), è stata reintrodotta sotto certe condizioni: le aziende, a fronte di un progetto di reindustrializzazione credibile presentato alle parti sociali e validato dal Ministero dello Sviluppo Economico, e di politiche attive per il ricollocamento dei lavoratori sul territorio, hanno la possibilità di fruire della cassa integrazione straordinaria per un massimo di 12 mesi. Una disposizione che sarà valida fino al 2020 compreso ma che mi auguro possa essere rinnovata.

Inoltre come soci fondatori dell’Associazione Assoreind siamo in contatto costante con il Governo e le Regioni al fine di sensibilizzare le istituzioni per individuare soluzioni, anche normative, affinché la reindustrializzazione diventi sempre di più una strada percorribile e incentivata per le aziende. Mi pare inesorabile andare in questa direzione per la PA e molti dirigenti se ne sono già resi conto.

Quali sono le fasi della reindustrializzazione aziendale?

Possiamo dividere il progetto di reindustrializzazione in due fasi: la prima di definizione ed elaborazione del piano sociale, la seconda di implementazione dello stesso.

Il primo step, quello di design del piano sociale, è una fase preliminare in cui Sernet individua le possibili alternative alla chiusura o gestione degli esuberi. Vengono definiti tutti gli scenari possibili per gestire la crisi e fare efficienza e, nel caso in cui l’unica ragionevole alternativa è la chiusura, si progetta un piano di mitigazione sociale. Si individuano gli strumenti, gli incentivi, le tempistiche etc…e si assiste l’azienda, accanto ai legali giuslavoristi, nella negoziazione con i sindacati per un possibile accordo.

Si passa poi alla seconda fase, cioè all’implementazione del piano sociale. Ricerchiamo i potenziali subentranti nell’impianto e valutiamo la solidità e la sostenibilità del loro piano industriale; entriamo poi in contatto con i lavoratori, parliamo con loro ad uno ad uno e gestiamo operativamente il piano di continuità occupazionale sotto tutti gli aspetti. Usiamo tutti i canali di contatto e gli strumenti a disposizione. Una volta individuato e scelto il o i soggetti subentranti, con la condivisione delle parti sociali, accompagniamo il o i reindustrializzatori nello start-up del progetto, offrendo supporto anche nella gestione della definizione del contratto di subentro, nella transizione organizzativa, nella verifica tecnico immobiliare e degli impianti (anche nell’ottica di efficienza energetica), nella stipula degli accordi sindacali e nelle relazioni con la Pubblica Amministrazione per l’ottenimento degli incentivi.

Crede che la reindustrializzazione sia uno strumento che può essere maggiormente sfruttato in Italia?

L’esperienza di Sernet mi porta a dire di sì. A oggi abbiamo portato a compimento il 100% dei mandati che ci sono stati affidati e questo non solo per la nostra esperienza ma anche perché è una strada conveniente, un’alternativa che mette d’accordo tutti e da cui tutti possono trarre vantaggio. Ovviamente è un percorso lungo, complesso e delicato, che deve far coesistere numerosi fattori e tenere conto di tutti gli stakeholders coinvolti. E che può attirare nuovi investitori in Italia: su diversi progetti lavoriamo in stretta collaborazione con la task force per l’attrazione di investimenti esteri in Italia di ITA (Italian Trade Agency, ex ICE) di cui fanno parte anche persone del MiSE e di Invitalia, che fanno attività di scouting di investitori attraverso la loro rete di desk dedicati in una ventina di mercati nel mondo.

Sono convinto che intraprendendo una strada di alleggerimento della burocrazia e del carico fiscale iniziale per chi subentra, l’Italia potrebbe diventare una piazza ancora più attraente per le aziende estere che vogliono cogliere l’opportunità di questi progetti. Per tante realtà che rischiano una chiusura senza alcuna speranza di rioccupazione può esserci un’alternativa più conveniente e socialmente sostenibile.

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