Molto frequentemente sentiamo parlare di aziende che, a causa degli strascichi della crisi e/o di altre motivazioni esogene ed endogene, decidono di procedere alla riduzione del personale spesso in concomitanza con la chiusura di asset produttivi o logistici o di sedi di uffici. I motivi di una drastica riduzione dei costi possono originare da molteplici cause, ma altrettanto molteplici sono i modi con cui si possono gestire tali situazioni, in alternativa al tradizionale e anacronistico “paga & chiudi”. L’approccio socialmente responsabile alla ristrutturazione aziendale interviene proprio in questa precisa fase decisionale che coinvolge il top management e spesso anche gli azionisti di riferimento dell’azienda, al fine di dare una nuova chance occupazionale ai lavoratori coinvolti e una nuova destinazione d’uso dell’area, attraverso un piano di mitigazione e rilancio progettato ad hoc e centrato sulla reindustrializzazione dei siti dismessi e sul ricollocamento del personale.

Ristrutturazione aziendale

La ristrutturazione aziendale responsabile è quell’insieme di pratiche che permettono di andare a rivalutare l’attività di un sito produttivo creando nuove opportunità di rilancio e occupazione. In un momento storico come questo, che ha dovuto fronteggiare importanti crisi economiche che hanno portato alla chiusura di numerose realtà industriali italiane, affrontare la ristrutturazione con un piano di mitigazione sociale e rilancio industriale è quanto mai necessario.

Dismettere e rilanciare un’azienda è un progetto complesso, che deve essere sostenibile nel lungo periodo. In genere avviene quando:

  • una multinazionale vuole trasferire all’estero la produzione;
  • un’azienda italiana vuole delocalizzare la produzione per usufruire di minori costi;
  • avvengo operazioni di acquisizioni (M&A – merger acquisition).

Intervenire per aiutare un’azienda in difficoltà a rilanciarsi sul mercato è una grande opportunità che permette di salvaguardare il tessuto economico del territorio locale e nazionale, con grandi vantaggi per tutti i players coinvolti: i lavoratori ovviamente, le istituzioni, le parti sociali, gli azionisti.

Esistono advisor, che aiutano le aziende in queste fasi e nel crisis management attraverso un progetto a fasi finalizzato alla rinascita industriale. Sernet è leader riconosciuto in Italia in questo tipo di consulenza, attraverso un approccio socialmente responsabile sviluppato in oltre 10 anni di esperienza sul campo.

Una soluzione per l’economia e per le persone

Il MISE – Ministero per lo Sviluppo Economico, ha istituto l’Unità per la Gestione delle Vertenze delle Imprese in Crisi (U.G.V.), è di fatto un vero e proprio osservatorio della situazione delle aziende italiane che, oltre a gestire e facilitare la risoluzione delle crisi, è in grado di elaborare report e statistiche sul tema della reindustrializzazione. A febbraio del 2018 da un’indagine sul territorio risulta che fossero attivi ben 162 tavoli di crisi da gestire e per i quali tentare di trovare una soluzione.

Quando si parla infatti di ricollocamento del personale in uscita dall’impresa, sono tre le possibili linee di azione:

  • a seguito dell’acquisto dell’azienda da parte di un soggetto intenzionato al mantenimento del sito produttivo, i lavoratori mantengono il proprio posto di lavoro all’interno della medesima sede;
  • a seguito della dismissione ai lavoratori viene trovata una soluzione presso una realtà aziendale vicina; compatibilmente con le capacità e la disponibilità delle realtà del territorio;
  • la riqualificazione professionale dei lavoratori mirata a massimizzare le prime due linee di azione.

In genere per entrambe le strade sono stati elaborati degli specifici incentivi statali a favore dell’azienda che accoglierà le persone.

Tuttavia, sebbene sia stata comprovata l’efficacia di questa strada, a oggi non esiste una legge che la renda obbligatoria in caso di chiusura di un’attività. Attualmente la reindustrializzazione, quindi le azioni che fanno sì che un’azienda sia recuperabile dal collasso definitivo, è la soluzione migliore per ridare vitalità e soprattutto garantire il ricollocamento del persone che vi lavorano. Sono i lavoratori il pensiero primario di questi interventi, le risorse umane che sono il motore dell’azienda e le loro famiglie.

Un approccio socialmente responsabile

Sernet, che è considerata dall’International Labour Organization tra le più qualificate società di consulenza nel settore della ristrutturazione e reindustrializzazione aziendale, è promotrice di questo metodo di lavoro che mira non solo alla conclusione positiva del mandato ricevuto, ma alla cura delle persone e del territorio coinvolti in questi delicati progetti. Si tratta di un approccio socialmente responsabile (SRR Socially Responsible Restructuring).

Cosa significa? Cerchiamo di delinearne alcuni elementi base.

Quando un’azienda si sottopone ad un processo di reindustrializzazione è indubbio che le operazioni che verranno svolte su di essa per rilanciarla avranno degli impatti sul suo intero ecosistema. Di quest’ultimo fanno parte i lavoratori, i manager, i fornitori e l’indotto nel territorio.

Le fasi del processo

Salvare un’azienda attraverso un piano di ristrutturazione può richiedere poco tempo così come molti mesi. Prima di tutto l’azienda deve essere convinta di voler intraprendere questa strada, anziché seguire vie tradizionali, basate sulle cosiddette buone-uscite o al più con servizi di outplacement non sempre efficaci se presi a sé stanti. Una volta valutata e accettata l’idea è quasi sempre necessario affidarsi ad un consulente esperto in questo tipo di progetti. È evidente infatti che bisogna affrontare una complessità del processo specifico oltre a relazioni con le molteplici parti coinvolte e alla comunicazione, lontane dalle core competence dell’azienda e che viceversa richiedono lunga esperienza in materia e multidisciplinarietà da parte di una realtà terza specializzata.

Ecco quindi la funzione di un partner di consulenza nella ristrutturazione aziendale.

Alberto Sportoletti, CEO e partner di Sernet, nonché Vice-Presidente di Assoreind, l’associazione di settore voluta dal MISE e composta dai (pochissimi) Advisor specializzati in materia, ritiene che vi siano tre fasi critiche nel percorso di riconversione e continuità occupazionale:

  1. Convincere l’azienda ad adottare l’approccio socialmente responsabile di valorizzazione delle risorse umane e materiali fortemente suggerito da Sernet. L’adozione di questo metodo di lavoro non deve essere una mero atto di forma ma devono essere poste in atto azioni concrete che evidenzino il reale impegno dell’azienda a seguire un approccio responsabile, soprattutto per poter gestire una relazione e un confronto meno conflittuale con le parti sociali coinvolte, in primis i sindacati, in modo da tutelare al massimo i diritti dei lavoratori che rischiano il posto di lavoro.
  2. Convincere i lavoratori, anche attraverso l’aiuto dei sindacati, ad assumere un ruolo proattivo nel processo di ricerca del lavoro, nella reindustrializzazione e nel ricollocamento attivo.
  3. Stabilire relazioni positive con tutti gli stakeholders coinvolti oltre all’azienda stessa e al suo personale: le istituzioni locali e nazionali, gli enti e le associazioni datoriali, le imprese del territorio che possono diventare determinanti nella soluzione della crisi.

I numeri della ristrutturazione aziendale

Tra  il 2014 e il 2017 sono stati 161 i casi di “salvataggio” di aziende monitorati dall’UGV. In particolare sono stati 617 mila lavoratori coinvolti, la cui occupazione è stata a rischio. Di questi solo 77.125 (13%) hanno trovato una nuova occupazione attraverso la reindustrializzazione e grazie anche agli incentivi di cui possono usufruire le aziende che si offrono di riassorbire il capitale umano.

Ancora dubbi sulla necessità e urgenza dell’approccio?

Le normative a supporto

In Italia esistono dagli anni Settanta regolamentazioni legislative che ci dicono come devono essere implementati i piani di ristrutturazione. Indicazioni che con il passare degli anni hanno ovviamente subito modifiche e integrazioni, per adattarsi alle esigenze e allo sviluppo dell’economia italiana, fino al jobs act vigente. Ma molta strada deve essere ancora fatta per incentivare politiche attive e reindustrializzazione.

In Francia per esempio la legge di riferimento è la 2016-1088 dell’8 agosto 2016 relativa al “Travail, à la modernisation du dialogue social et à la sécurisation des parcours professionnels”, detta anche legge sul lavoro o legge El Khomri, dal nome della ex ministra del lavoro Myriam El Khomri. La normativa mirava a riformare la legge generale sul lavoro (Code Du Travail), “…per istituire nuove libertà e nuove protezioni per imprese e dipendenti, proteggere i salariati, promuovere l’occupazione e dare più margine di manovra alla contrattazione”. In sostanza il perno intorno al quale ruota è l’obbligo per l’impresa di progettare e realizzare un PSE (Plan de Sauvegarde de l’Emploi).

Cosa dobbiamo aspettarci (o auspicare) quindi in termini di evoluzione dell’approccio alla ristrutturazione aziendale? Sicuramente, in presenza di sempre minori risorse per il welfare statale, una evoluzione in qualche modo obbligata va nella direzione di incentivare con norme ad hoc la pratica di politiche attive finalizzate alla continuità occupazionale, in collaborazione con le istituzioni e le parti sociali.

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