Di fronte a un qualsiasi ripensamento degli ammortizzatori sociali, gioverebbe innanzitutto una condivisione chiara tra tutti gli stakeholders (governo, istituzioni, imprese e sindacati) dello scopo fondamentale e dell’orizzonte ultimo di ogni riforma sul tema: l’incremento del lavoro, perchè il sostegno al reddito non può essere scollegato dal lavoro. E’ il lavoro, non il denaro, che consente la realizzazione integrale della persona, le dà dignità, cultura, sicurezza economica, producendo in definitiva benessere sociale. Ogni altro approccio puramente assistenzialista avrebbe corto respiro e mancherebbe di lungimiranza di fronte a un mondo economico in continua e sempre più rapida evoluzione in termini di competenze richieste: prova ne è il perdurante mismatching, a maggior ragione in tempi di crisi pandemica e di ‘cambiamento d’epoca’, tra domanda e offerta di lavoro. Peraltro, l’evidente necessità di ripensare dalle fondamenta i sistemi di welfare nazionali europei impone il superamento della distinzione tra politiche passive e attive: entrambe devono essere in funzione del mantenimento e dello sviluppo occupazionale che procede di pari passo con la crescita economica e industriale.

Da questo punto di vista, tutti gli interventi di riforma a valle del mercato del lavoro (incentivi alle assunzioni, riqualificazione, politiche attive e passive, …) rischiano di essere inincidenti nel medio termine senza forti interventi a monte, in particolare sul fronte fiscale e burocratico, per attrarre investimenti produttivi e ricreare le condizioni che rendano l’Italia un posto ambito per creare impresa e lavoro con una chiara visione di politica industriale (cfr. Quattro azioni per darci una politica industriale anti-coronavirus – A. Sportoletti, G. Casalaina – IlSussidiario.net 07.04.2020).

Limitandoci agli ammortizzatori sociali, possono essere messe a fuoco diverse modifiche normative per favorire l’adozione di strumenti, come la Reindustrializzazione e il Ricollocamento Attivo che, all’interno di piani di mitigazione sociale più ampi, tendono a massimizzare la continuità occupazionale in situazioni di crisi e ristrutturazione aziendale. Tali strumenti sono applicabili, mutatis mutandis, sia in situazioni di crisi momentanea con gestione di esuberi sia in quelle di dismissione di interi siti industriali, sedi e uffici o di chiusura della stessa impresa. Il nostro contributo parte dalla lunga esperienza sul campo nella progettazione e gestione operativa di Programmi di Continuità Occupazionale nei più svariati settori.

Vi sono proposte realizzabili nel breve periodo ed altre che richiedono più tempo di elaborazione e confronto all’interno di una riforma complessiva del sistema, ma è importante che le une e le altre abbiano una vision coerente nel medio-lungo termine. Eccone alcuni a titolo di esempio e senza alcuna pretesa di esaustività:

  • Prendendo spunto da quanto introdotto in Francia con la legge 2014-384 (cd Loi Florange), che impone alle aziende con più di mille dipendenti di cercare un subentrante per il sito in dismissione, si potrebbe introdurre anche nel nostro paese un sistema simile, ovviamente rivisto e adattato al contesto italiano fatto da imprese di dimensioni medie sensibilmente più ridotte. Aspetto fondamentale è l’obbligo da parte delle aziende che vogliano fruire di ammortizzatori sociali in situazioni di crisi, di dimostrare di aver investito nella employability del proprio personale.
  • Una norma meno coercitiva e più adatta anche a imprese di medio-piccole dimensioni, dovrebbe quantomeno incentivare la predisposizione di un progetto di reindustrializzazione e di ricollocamento attivo tramite riqualificazione del personale. Se l’azienda non volesse percorrere questa soluzione il costo complessivo della cessazione dovrà equiparare quello della reindustrializzazione.

Per accompagnare l’azienda nel suo percorso il legislatore può mettere a disposizione nel breve termine alcuni strumenti atti a favorire il processo di reindustrializzazione:

  • Conferma strutturale e permanente della CIGS per reindustrializzazione e politiche attive anche in caso di cessazione dell’attività aziendale introdotta nel 2018 per i soli anni 2019 e 2020, col cd decreto Bekaert. La CIGS, pur in presenza di cessazione dell’attività, viene concessa a quelle aziende che si impegnano, tramite società specializzata e verifica del MiSE o della Regione, nella ricerca di una soluzione industriale alternativa alla chiusura e, in parallelo, nel ricollocamento a condizioni incentivate del personale in uscita. Per favorirne l’uso sarà necessario ridurre la percentuale di contribuzione a carico dell’impresa richiedente la CIGS.
  • Creazione di una cabina di regia per il coordinamento tra le unità del MiSE che si occupano di crisi d’impresa e gli altri enti che si occupano di attrazione di investimenti produttivi in Italia dall’estero (es. Invitalia, ICE-ITA, CAI, …), allo scopo di favorire l’incontro fra domanda e offerta di location industriali e posti di lavoro, in una cornice di strumenti finanziari e procedurali più utili e snelli con il coinvolgimento delle Regioni interessate.
  • Istituzione e rafforzamento/semplificazione (presso Invitalia, CdP, Regioni, attraendo anche capitali privati) dei fondi dedicati al sostegno delle imprese, anche newco, che si impegnano a realizzare il progetto di reindustrializzazione, una volta che sia accuratamente verificata la solidità del proponente, la sostenibilità del piano e l’effettivo assorbimento occupazionale.

Per incentivare le aziende a perseguire un progetto di reindustrializzazione e ricollocamento, si possono prevedere poi altri sgravi di natura fiscale e misure di snellimento dei processi: ad esempio, in materia di tassazione sulla vendita degli immobili e di valutazione delle minusvalenze (attualmente chi volesse favorire il subentro con prezzi bassi rischia contenziosi con l’Agenzia delle Entrate); in materia di tassazione degli incentivi economici messi a disposizione delle aziende cedenti il personale a beneficio delle aziende che lo assumono, oggi sottoposti alla stessa fiscalità dei ricavi aziendali caratteristici; …

Il tutto per riconoscere lo straordinario valore economico, sociale e ambientale creato per la collettività dal rilancio occupazionale e immobiliare di situazioni destinate al degrado, previa accurata verifica di serietà e sostenibilità del progetto.

 

               Ing. Alberto Sportoletti

                                                           Presidente di Sernet SpA

                                                           Docente di Management e Scelte Strategiche, Università Milano-Bicocca